Giorno Nove

Vorrei poter fissare il momento in cui tutto è cambiato, o piuttosto che avrei potuto individuare in qualsiasi momento nel tempo che non avrebbe già portato a questo punto. Era ancora prima che arrivassero i fiori, prima che ne parlassimo per la prima volta in toni sommessi nelle ore mute del mattino, dove l’odore della morte si sarebbe sospeso in anticipo sulla nostra aria condivisa. Quel profumo, sospeso in aria, presagiva la terribile consacrazione che ho documentato qui. Un vestibolo minore per marcire e cambiare.

Non ho ancora lasciato il circolo interno dalla sua creazione, giorni fa, e non so che ora potrei. Questo spazio, una volta condiviso, è diventato meno uno spazio di lavoro e più un’estensione di questa forza semi-vertiginosa. È stato benedetto in parte terra, in parte precipizio, in parte incantesimo ma interamente formato. Ho posato i corpi di coloro che sono rimasti a lavorare sotto il manoscritto intrecciando e intrecciando arti, carne e sporcizia. Una composizione accatastata di comprensione fetida.

Affermare che avevo sempre ragione o che parole come giusto e sbagliato contano ancora da questo punto di vista sarebbe una sciocca commissione. E ho impegnato gli sciocchi nell’arazzo, forse si sono impegnati? Ho sbarrato le porte, gettando vecchie scrivanie, sedie e tutto il resto accanto a qualsiasi uscita. Il Loam non tollera altro che composizione. Tutto deve incorniciarsi esprimendosi chiaramente, come fa il marciume.

Il Loam sta cominciando a dispiegarsi nell’esistenza. Crescere con il ritornello che mi canta e che abbino, nota per nota, passo per passo. Ad un certo punto qualcuno verrà a cercare, non per me, ma per coloro che sono stati trasposti. Che diventi, e questi pochi documenti fugaci dovrebbero fare bene per impegnarlo, la nostra inaugurazione di una composizione resa chiara dal marciume …